Comunicato stampa n° 7 del 29/09/2011


SAPORE DI RACCONTI


Numerose le iniziative culturali per la 59° edizione di Autunno Pavese


Nei mesi estivi sono apparsi sul quotidiano “La Provincia Pavese” molti racconti sulla provincia di Pavia. La Camera di Commercio ha pensato di dare visibilità a questa vena narrativa all’interno di “Autunno Pavese Doc”.
Una giuria composta da editori pavesi, rappresentanti della Camera di Commercio e da un giornalista della Provincia Pavese hanno selezionato 4 racconti che saranno letti nel corso delle quattro cene della rassegna. Gli autori riceveranno un omaggio da parte del presidente della Camera di Commercio, Giacomo de Ghislanzoni Cardoli.

Ecco i racconti che verranno premiati durante le serate enogastronomiche nell’ambito del concorso “Sapori pavesi in sfida”:



VENERDI’ 30 SETTEMBRE 2011  – GIOVANNI MAGGI

Attimi di nostalgia nel respiro delle colline

L’uomo scende dall’auto, senza fretta. Poi si allontana dal veicolo, muovendosi sempre con calma. La mattina è chiara, quasi brillante. E’ giunto sul bordo della strada e con lo sguardo abbraccia le colline. Sono paesi e vigne. E un castello come antico padrone. Onde, pensa, osservando le vigne, sono le onde di un oceano che resta immobile. Passa in rassegnai paesi: Zenevredo, Rovescala, San Damiano… Quanto tempo è trascorso? Quindici anni, forse qualche cosa di più. E quanto tempo passerà ancora? Non gli importa, facciano un po’ loro. Inspira l’aria fresca e poi la ributta fuori, con forza, come se dovesse liberarsi di scorie dentro di sé. E se fosse rimasto? A coltivare le vigne, a giocare a carte alla sera al Bar Roma. C’è sempre un bar Roma nelle piazze dei paesi. Nota edifici rimessi a nuovo e qualche campo incolto. I campanili sono ancora i punti di riferimento. Diversi uno dall’altro. Sorride al pensiero dell’individualismo contadino. Il senso estremo della proprietà. Anche lui è così… Il concorso vinto, poi la sede a Voghera, a Milano e infine a Roma. I tappeti rossi, gli uffici coi mobili di legno massiccio, le donne, le feste, i viaggi, i soldi… E’ andata come è andata. Si passa una mano sul viso. E’ ispido per via della barba. “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualche cosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. L’aveva letto tanto tempo fa. Cos’è rimasto di suo in quel territorio dove tanti se ne sono venuti via e quelli rimasti sono diventati ricchi? I vigneti rigonfi, le case secche, le strade polverose, l’odore acre del mosto, la caccia con la fionda, ma sono ricordi. Ora molto è cambiato e anche lui è cambiato. Le strisce gialle dell’auto brillano al sole. Ha telefonato all’avvocato per dirgli che lo avrebbero trovato lì. Lo raggiungeranno tra qualche minuto. Guardia di Finanza legge sul cofano. Adesso avverte il lieve alito, che accarezza le foglie delle viti, che ruba gli odori dalle cantine, che si destreggia tra i rami di pesco, di ciliegio, di melo e che alla sera si irrobustisce e scaccia l’afa dell’estate. E’ rimasto uguale, si dice, ecco: è il respiro delle colline. Un giovane in divisa lo ha raggiunto. Lui gli sorride e pensa: tornerò qui, comunque, tornerò e non me ne andrò più-


SABATO 1 OTTOBRE 2011 – DELOS VERONESI

Quel bacio fugace tra la nebbia dell’Ateneo

I passi affrettati echeggiavano tra le pareti di pietra dell’edificio, risuonando come i colpi di un antico orologio di pietra. Avvolto in un pesante giaccone scuro uno studente del secondo anno uscì dall’edificio centrale, armeggiando con lo zaino nel tentativo di richiuderlo attorno all’enorme massa di libri che conteneva. Il freddo della sera lo investì, carezzandogli la pelle rosea con fredde dita di nebbia. Gennaio stava volgendo al termine, eppure la morsa del gelo non sembrava voler abbandonare la pianura. Ogni inverno, dopo un veloce tramonto, il paesaggio attorno all’Università cambiava per trasformarsi in un malinconico scenario onirico. Il terreno coperto di brina scricchiolava ad ogni passo, accompagnando i passanti per non farli sentire soli in quel buio senza stelle. Una densa caligine abbracciava ogni spazio, velandolo con il suo bianco mantello per attutirne i suoni molesti e vestirne l’oscurità con l’argento delle sue sfumature.Il giovane si fermò nel chiostro del corpo centrale, chinandosi esasperato per sistemare il caotico ammasso di testi che sembravano non volersi arrendere all’idea di farsi rinchiudere fino al giorno successivo. Mentre lottava disperatamente con la sua scelta di usare uno zaino troppo piccolo un leggero fruscio alle sue spalle lo obbligò a voltarsi. Un altro movimento leggero alla sua destra, simile allo scorrere delle seta tra le dita lo fece trasalire.
«Ti ho spaventato?», chiese una ragazza, sorridendogli gentilmente.
«No. Chi sei?», le domandò timidamente sentendo un leggero brivido salirgli lungo la schiena. « Un amica ».
« Ma io non ti conosco», mormorò perdendosi nei suoi occhi di ghiaccio profondi come l’infinito. «Non hai freddo con addosso quel vestitino leggero?», le chiese notando l’argenteo abito da sera che, svolazzando tra la foschia, le lasciava scoperte le braccia. «No, io non ho mai freddo», gli rispose accarezzandogli teneramente il volto mentre gli si avvicinava. I loro corpi si sfiorarono appena mentre le loro labbra si univano in un fugace bacio rubato all’austerità dell’ateneo pavese. Un solo ed interminabile secondo di dolcezza a cui si abbandonarono senza paure. L’istante successivo lo studente era di nuovo da solo in mezzo alla nebbia. La ragazza era sparita lasciandogli sulle labbra rosee un sottile strato di dolce brina come unico ricordo di quell’incontro.


DOMENICA 2 OTTOBRE 2011 – SILVIA BASSI

Dalla pianura alle colline

Campi. Sterminate distese di campi di pannocchie, di risaie, di girasoli scorrono davanti ai miei occhi. Il paesaggio è più o meno il solito da quando siamo saliti in macchina, quando alzo gli occhi dal libro e guardo fuori mi rendo conto di quanto possa risultare monotono.
Quindi riabbasso lo sguardo: conosco quei campi come le mie tasche, sono quasi diciotto anni che li vedo sia a destra che a sinistra della macchina, sulla strada che ci porta in Oltrepo’.
Ogni tanto si può anche vedere un airone. Mio nonno li detesta: dice che sono animali inutili. A me piacciono, invece. Li trovo belli, eleganti; forse un po’ tristi e solitari, malinconici. Per questo mi attirano.
Al mattino, quando col 23 vado a scuola, da San Genesio a Pavia, sui campi alla destra della Vigentina riesco a scorgere anche delle lepri e ci osserviamo tranquille, sembrano quasi augurarmi una buona giornata; ma ora è mattina inoltrata, non penso che potrei vederne qualcuna.
“Chiara, siamo quasi al ponte della Becca” Si! Di solito conto i 66 salocchi del ponte, ma oggi non ne ho voglia; preferisco rimirare i due fiumi.
Oggi il Ticino sembra più calmo del solito, come se si portasse dietro tutti i pensieri e i desideri inespressi dei Pavesi; pensieri che, quando diventano troppi per continuare a scorrere, deve scaricare in qualche modo e quindi straripa ed inonda le casa del Borgo che sono costruite più vicine al suo letto.
Il Po, invece, è sempre placido come se nulla lo turbasse e si diverte a disegnare nuove forme con la sabbia del fondo del suo giaciglio.
Passato il Ponte inizia il percorso noioso: la statale. L’unica cosa bella sono le colline. Le mie colline.
Che spettacolo! Non ce n’è una uguale all’altra e allo stesso tempo sono tutte simili: le vigne ordinate sembrano creare disegni sui colli e i campi di girasoli col loro giallo intenso e profondo vivacizzano il tutto.
Per un momento dimentico ciò che ho intorno e mi perdo nella contemplazione di questo paesaggio.
È come tornare a casa dopo una lunga assenza. Dopo quasi un’ora di viaggio, finalmente, la mamma spegne il motore dell’auto e mi affretto ad aprire la portiera.
Un leggero venticello si alza e mi solletica il viso, passandomi tra i capelli; prendo un respiro profondo e mi sazio di quell’aria pulita e fresca.
Si, sono tornata a casa.



LUNEDI’ 3 OTTOBRE 2011 – PIERA VENUTI

Le mondariso e la Lomellina come l’America

Tornando verso casa, dopo essere stata in paese, Montalto, per il solito caffè e il giornale, vedo un’auto rallentare sulla strada deserta e dal finestrino una signora mi esortava a “correre” (visto che sono reduce da una brutta caduta e cammino lentamente).
Ho riconosciuto così la voce di una mia coetanea che, durante la guerra, da Milano, ove viveva, era venuta a Montalto dai nonni. Frequentavamo la stessa scuola ed eravamo grandi amiche.
Mi sono fermata a salutarla, con piacere e poi, appoggiata al muro, ho chiuso gli occhi, e il pensiero è volato lontano.
Proprio lì, davanti a me, c’era il negozio dei miei genitori e le case, ora quasi tutte vuote, erano allora piene di gente e di tanti bambini.
Nelle strade si vedeva un gran movimento, ma soprattutto ricordo quando arrivava dalla Lomellina il camion per portare le donne alla monda del riso.
Salivano tutte con piccole casse, tipo bauli, con dentro gli abiti e qualcosa che ricordasse loro la casa. Come avrei voluto andare anch’io! Ma i miei me lo proibirono sempre e allora, seduta sui gradini di casa, le guardavo partire, piangendo.
Con gioia aspettavo il loro ritorno: arrivavano rovinate dal sole e dimagrite per il faticoso lavoro, ma con il borsellino gonfio e i sacchetti di riso per ricompensa.
Ma quello che amavo di più era il racconto della loro vita in Lomellina: sedute a terra, nei cortili, per “scartocciare” la meliga, le mondine oltrepadane parlavano della risaia e, soprattutto, del loro giorno libero, quando le più giovani andavano nelle balere.
Noi ragazzine ascoltavamo, con attenzione. E la Lomellina, da quassù, in Oltrepo, ci sembrava l’America…
Quando ho riaperto gli occhi, mi è parso di rivedere i miei genitori, sulla porta del loro negozio, e quella lontana amica d’infanzia, e le mondine e le lacrime mi hanno rigato il viso.
Giunta in casa, mio marito mi ha guardata e mi ha detto: «Perché piangi? Sei caduta ancora?». «Sì – ho risposto – sono caduta. Ma nel ricordo di quando eravamo in tanti in questo paese, pieno di gente che si voleva tanto bene».



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